Bangladesh. Il land grabbing sta mettendo in ginocchio le comunità indigene

Il Covid-19 ha creato diversi problemi in Bangladesh e tra chi ne sta soffrendo di più ci sono le comunità indigene, ma non solo per motivi sanitari. I lockdown e il focus del governo sulla pandemia sono infatti andati di pari passo con un aumento degli attacchi alle minoranze e con un incremento dell’accaparramento delle loro terre. Le istituzioni fanno sempre più fatica a stare dietro a questi episodi e in alcuni casi è la politica locale stessa a togliere la terra agli indigeni. Vittime di violenza, privati dei loro mezzi di sussistenza, la loro condizione nel paese è sempre più difficile.

Giovani indigeni del Bangladesh
Giovani indigeni del Bangladesh © Adam Jones

La condizione degli indigeni in Bangladesh

Non c’è chiarezza sulla dimensione dei popoli indigeni del Bangladesh. L’ultimo censimento del 2011 del governo parla di 1,6 milioni di persone su una popolazione totale di 170 milioni, ma secondo diverse ong locali ammonterebbero ad almeno il doppio, con 54 comunità differenti. Concentrati soprattutto nella zona orientale del paese, la loro storia contemporanea non è stata semplice a causa delle tensioni con il popolo bengalese.

Un esempio viene dalla regione orientale delle colline del Chittagong. Negli anni Cinquanta erano abitate per il 91 per cento da popoli indigeni, negli anni Novanta la percentuale era scesa al 50 per cento circa, oggi sono decisamente minoranza da una parte per un massiccio processo di migrazione verso l’India, dall’altra per il costante flusso di coloni bengalesi, favorita dal governo di Dacca, sul territorio. Una situazione che è molto simile anche in altre regioni e che si è tradotta in feroci dispute sulla terra, scontri e violenze.

L'area del Chittagong, in Bangladesh, dove il land grabbing sta mettendo in ginocchio gli indigeni
L’area del Chittagong, in Bangladesh, dove il land grabbing sta mettendo in ginocchio gli indigeni © Oneplij

Molte comunità nella seconda metà del Novecento sono state costrette a cambiare area per i progetti idroelettrici sul fiume Gange e a rimetterci è stata soprattutto la comunità Jumma, a cui solo nel 1997 un accordo ha riconosciuto i diritti sulla terra che oggi restano però effettivi solo sulla carta. Oltre a questo, al popolo locale sono state imposte negli anni molte altre restrizioni, come il divieto previa supervisione delle istituzioni locali di entrare in contatto e comunicare con turisti e altri stranieri sul territorio.

Una pandemia di violenze e land grabbing

Secondo il ricercatore Phillip Gain ci sono aree del nord-est dove l’81 per cento della popolazione indigena è oggi senza terra. Se questo è il risultato dei processi degli ultimi decenni, nell’ultimo anno di pandemia le cose non hanno fatto altro che peggiorare perché l’attenzione sul tema di media e politica è andata diminuendo. Gli attacchi contro la comunità Jumma e gli altri gruppi indigeni sono infatti aumentati notevolmente, tra intimidazioni, stupri e altre violenze che hanno perfino fatto parlare di “pulizia etnica”. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: allontanarli dal territorio, privarlo dello stesso, in ottica di accaparramento delle terre.

A fine maggio un commando di uomini ha distrutto gli alberi di una fattoria indigena che dava da mangiare a una cinquantina di persone, causando loro una perdita di migliaia di dollari. Altre fattorie sono state occupate dai coloni bengalesi, le comunità locali costrette a fuggire. Sempre nelle scorse settimane un monaco buddista indigeno è stato ucciso dopo un attacco al suo monastero, depredato di soldi e terreni. In parallelo, altri episodi di accaparramento delle terre sono arrivati direttamente dalle istituzioni. È il caso della distruzione di un frutteto di banane della comunità Garo per mano del dipartimento forestale del Bangladesh, che ha lasciato decine di persone senza un primario mezzo di sussistenza. Nel corso di qualche decennio i Garo hanno perso almeno 80mila acri di terreno a causa della deforestazione istituzionale o illegale.

I gruppi indigeni negli ultimi anni hanno cominciato ad appellarsi sempre più alla giustizia per risolvere il loro problema della sottrazione di terreni. In assenza di regole definite sulla proprietà però raramente si è arrivati a sentenze definitive, basti pensare che dal 1999 a oggi sono almeno 20mila le denunce presentate solo alla Chittagong land dispute resolution commission che non sono state risolte. Mentre le comunità indigene del Bangladesh vanno perdendo sempre più la loro terra, l’assenza di un’infrastruttura legislativa di tutela dei loro diritti e la passività del governo in questo senso non sembrano promettere cambiamenti nel futuro prossimo.

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