Giorgio Quagliuolo, Corepla. Il problema reale è la cattiva gestione della plastica

Per Giorgio Quagliuolo, che dallo scorso luglio guida il consorzio Corepla, il punto non è la demonizzazione della plastica. Perché i problemi non si nascondono nel materiale, che anzi continua ad essere fondamentale in tanti settori, bensì nella sua gestione a fine vita. La direttiva europea che ha messo al bando alcuni prodotti in plastica monouso rappresenta un’importante inversione di tendenza, ma c’è ancora molto da fare sul fronte del riciclo e della riciclabilità degli imballaggi a monte, e della sensibilizzazione dei cittadini a valle. Perché di plastica si parla molto, eppure continuiamo a fare errori nella raccolta differenziata che mettono in difficoltà la filiera del riciclo.

Giorgio Quagliuolo è presidente del consorzio Corepla da luglio 2020 © Corepla

Negli ultimi anni la plastica ha subìto una sorta di demonizzazione. Ma resta un materiale fondamentale in tanti settori. I problemi, dal punto di vista ambientale, sono legati alla sua gestione, in particolare per i prodotti usa e getta. È d’accordo?
Ha colto il nodo della questione: il problema non è tanto il materiale, quanto la sua cattiva gestione. La plastica è un materiale complesso, alcuni dei suoi maggiori pregi, uno su tutti la sua resistenza, diventano difetti se viene gestita in modo sconsiderato. Ma è un materiale intelligente, indispensabile in molti settori. Anche in questa situazione di emergenza, la plastica ha rivelato tutta la sua utilità arrivando a determinare in molti un cambio di prospettiva: l’opinione pubblica si è accorta che la plastica ha contribuito a salvare le vite, non solo in ospedale, ma anche nella sicurezza di ogni giorno. Ma proprio per questo bisogna intensificare gli sforzi e riportare l’attenzione sul gesto, sul senso civico e sulla responsabilità individuale e collettiva.

Da questo punto di vista, quali sono gli impatti più evidenti della direttiva europea che vieta piatti e posate in plastica monouso? Soprattutto in Italia, dove siamo andati ancora oltre, vietando anche i bicchieri?
La direttiva ha messo al bando piatti e posate da luglio 2021 (le posate non sono imballaggi e non rientrano nel nostro circuito), mentre per i bicchieri è prevista una riduzione entro il 2026. Il tema è sempre lo stesso, non è un problema di materiale ma di gestione. La soluzione è un utilizzo corretto degli imballaggi in plastica, riducendoli ove possibile, riutilizzandoli e riciclandoli quando arrivano a fine vita. A monte, Corepla lavora al fianco delle aziende per conciliare le esigenze di prestazioni e marketing degli imballaggi con la loro riciclabilità. Anche il contributo che i produttori pagano quando immettono l’imballaggio sul mercato, è diversificato in base alla riciclabilità del materiale e funge da leva per spingere le aziende a realizzare imballaggi più facili da valorizzare a fine vita.

L’80% della plastica che si trova in mare proviene dalla terraferma © Ingimage

Fra gli errori più comuni che i cittadini ancora compiono, c’è quello di conferire i rifiuti organici in sacchetti di plastica non compostabile. Che cosa comporta?
Corepla ha diffuso proprio pochi mesi fa i risultati di uno studio condotto con il Consorzio Italiano Compostatori, relativo al monitoraggio della quantità e qualità degli imballaggi in plastica e compostabili conferiti negli scarti di cucina e di giardino. Fra le varie, sono stati quantificati gli imballaggi in plastica tradizionale che, erroneamente, entrano nella filiera e sono considerati impurità. I sacchetti di plastica tradizionale rappresentano ancora il 36,2 per cento dei sacchetti utilizzati per la raccolta dell’umido: questo crea problemi al compostaggio sia dal punto di vista quantitativo, sia qualitativo, con relativo aggravio anche dei costi.

Quali sono gli altri errori più frequenti?
Anche nella raccolta degli imballaggi in plastica sono ancora tanti gli errori, primo fra tutti quello di conferire anche i non imballaggi: giocattoli, oggetti d’arredo e utensili vari infatti non vanno inseriti nella raccolta differenziata. Inoltre non è facile far comprendere anche che la plastica biodegradabile e compostabile non va inserita nella raccolta della plastica tradizionale.

Qual è l’impatto della pandemia sulla gestione dei rifiuti di plastica? Dai guanti al cibo d’asporto, l’impressione è che stiamo assistendo a un massiccio ritorno al monouso.
La pandemia ha sconvolto abitudini e modi di vivere, ha messo in discussione i modelli di consumo e con questi anche la percezione dell’imballaggio, in particolare quello alimentare, per il suo ruolo fondamentale nella prevenzione dei rischi per la salute e nella garanzia di sicurezza del contenuto. La pandemia ha fermato tante attività ma non ha fermato la raccolta differenziata: il sistema italiano di gestione dei rifiuti ha dimostrato grande resistenza e capacità di adattamento in questo periodo così complesso, riuscendo a garantire il servizio essenziale per tutta la durata dell’emergenza. Nonostante la flessione dei consumi, gli imballaggi in plastica da gestire sono aumentati, si pensi ad esempio al massiccio ricorso all’asporto e all’e-commerce e sono cresciuti i volumi raccolti in modo differenziato, segno che l’attenzione per l’ambiente è rimasta una priorità per tutti. I cittadini si sono poi trovati alle prese con mascherine e guanti, da smaltire nell’indifferenziato, seguendo le regole dell’Istituto superiore di sanità; è indispensabile quindi accompagnare tutte le nostre attività con un’intensa azione di informazione e sensibilizzazione, per dare indicazioni corrette e prevenire la dispersione dei rifiuti nell’ambiente.

mascherine chirurgiche
Le mascherine fanno ormai parte della nostra quotidianità © Sam Wasson/Getty Images

Meno del 10 per cento della domanda di plastica europea è soddisfatta da plastica riciclata. Cosa serve per invertire questa tendenza?
Occorrono interventi a vari livelli; certamente va incentivato il mercato del riciclo a valle con azioni mirate, promuovendo l’uso del riciclato con politiche ad hoc e incentivi economici. È fondamentale ad esempio una politica pubblica di “acquisti verdi”, il cosiddetto green public procurement, come strumento strategico per un’economia sostenibile, o ancora l’introduzione di sgravi fiscali per chi utilizza materie prime seconde. Occorre poi favorire e sostenere la nascita di impianti efficienti lungo tutta la filiera e non dimenticare mai il problema a monte, cioè il fatto di pensare l’imballaggio riciclabile fin dalle prime fasi della sua progettazione.

Con il decreto legge “Salvamare” i pescatori potranno sbarcare in porto la plastica raccolta durante le uscite in mare. A che punto è questa misura?

Il dl “Salvamare” è fermo al Senato presso la commissione Ambiente, verrà sbloccato a breve ma ad oggi non è ancora attuativo. Il consorzio è stato precursore in tal senso ed ha avviato già dal 2018 progetti sperimentali in tema di river e marine litter, in sinergia con le istituzioni: si tratta di tre progetti in altrettanti punti sul fiume Po, di attività di captazione sui fiumi Tevere e Aniene e di sperimentazioni nei porti del Lazio e della Puglia, con il coinvolgimento dei pescatori. Il ruolo di Corepla è in particolare quello di studiare i rifiuti raccolti, caratterizzarli e valutarne la selezionabilità e la riciclabilità, per poi recuperarli trasformandoli in nuove risorse.

Con il Decreto legge “Salvamare” i pescatori potranno contribuire al recupero della plastica in mare ©Hugh Hastings/Getty Images

Sempre a proposito di mare, come funziona la flotta anti-inquinamento che è entrata in funzione poche settimane fa e che vede protagonista anche Corepla?
L’operazione “Mare pulito”, progetto biennale promosso dal ministero dell’Ambiente – oggi ministero per la Transizione ecologica – sfrutta 19 unità costiere della flotta antinquinamento guidata da Castalia per raccogliere i rifiuti galleggianti presenti lungo le coste italiane, concentrandosi in particolar modo nelle acque antistanti le foci dei fiumi e nelle aree marine protette. I rifiuti recuperati vengono prima stoccati in cassoni nei porti coinvolti (Imperia, La Spezia, Castellammare di Stabia, Fiumicino, Piombino, Vasto, Porto Torres, Crotone, Gallipoli, Otranto, Vibo Valentia, San Benedetto del Tronto, Chioggia, Cagliari, Oristano, Termini Imerese, Marsala, Augusta, Pozzallo e Licata) e poi trasferiti nei centri autorizzati. Qui vengono studiati per verificarne tipologia, composizione, stato di conservazione ed effettiva riciclabilità, così da poterli valorizzare al meglio per trasformarli da rifiuti in risorse.

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