Le insanabili ferite dell’Armenia. Cosa è stata la guerra dei 44 giorni per i civili

Un Vietnam caucasico. Questo è stata la guerra dei 44 giorni per l’Armenia. Una tragedia militare, politica e umanitaria. Dopo 44 giorni di bombardamenti iniziati il 27 settembre, che hanno causato tremila morti e centomila sfollati, il conflitto in Nagorno Karabakh, territorio conteso tra Armenia e Azerbaigian nel Caucaso meridionale, terminava il 9 novembre.

La notizia che la guerra era finita, persa, fece sprofondare la giovane democrazia caucasica in un incubo senza risveglio. La notte stessa in cui il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato le condizioni “indicibilmente dolorose” che aveva accettato, per le strade della capitale Yerevan sono iniziati scontri e sommosse, e centinaia di manifestanti hanno assaltato il Parlamento e la casa del premier.

Laccordo – siglato da Armenia, Azerbaigian e Russia – prevedeva il ritiro armeno dai sette distretti contesi del Karabakh, il passaggio sotto controllo azero della storica città di Shushi, la ”Gerusalemme del Caucaso” e simbolo storico di identità nazionale per gli azeri, e la costruzione in favore dell’Azerbaigian di una strada di collegamento attraverso il territorio armeno con l’enclave del Nakhchivan e con la Turchia.

Nagorno Karabakh
Un padre e suo figlio maggiore contemplano la foto del figlio più piccolo e fratello, morto durante i combattimenti della guerra del Nagorno Karabakh © Daniele Bellocchio

Ancora oggi, a quattro mesi dalla firma della resa e dalla cessazione delle ostilità, la tensione politica persiste in Armenia. La popolazione è divisa tra chi supporta il primo ministro e la sua decisione di non dimettersi, cercando così di preservare le traballanti impalcature democratiche che il suo esecutivo in due anni è riuscito a istituire, e chi invece lo accusa di aver tradito la nazione, di aver mentito sull’andamento del conflitto, e di essere quindi il primo responsabile della sconfitta e della morte di un’intera generazione di ragazzi armeni.

La situazione di tensione ha raggiunto il suo parossismo nelle ultime settimane. Dopo che lo stato maggiore dell’esercito ha chiesto le dimissioni del premier Pashinyan il 25 febbraio, aerei militari si sono alzati in volo sopra Yerevan, e militari e polizia, insieme a decine di migliaia di manifestanti, sono scesi in piazza. Mentre il governo accusava l’esercito di ordire un colpo di stato, in strada i sostenitori del governo e dell’opposizione si sono scontrati e fronteggiati. Il timore era ed è che la situazione possa degenerare facendo sprofondare il Paese in un vortice di violenza interna. Il peggiore epilogo dopo gli orrori della guerra di ottobre.

Le insanabili ferite del conflitto

Le insanabili ferite del conflitto oggi si possono osservare a Yerablur, il cimitero militare di Yerevan, dove da più di novanta giorni continuano a essere celebrati i funerali dei ragazzi morti durante i combattimenti. Ovunque ci sono lapidi sulle quali sono scolpite foto di ragazzi nati 18, 19, 20 anni fa e madri, padri e fratelli accendono incensi e portano fiori sui monumenti dei ragazzi. Un silenzio colmo di dolore e rassegnazione travolge il campo santo. Non c’è più la retorica belligerante e il furore irredentista che incendiava la capitale armena durante i giorni del conflitto, ci sono soltanto genitori sconvolti dal dolore.

Come Karen e Lilith, padre e madre di Aren, morto a 18 anni dopo quaranta giorni di combattimenti. “Mio figlio aveva 18 anni. Amava la vita, come tutti a quell’età. Andava a scuola, gli piaceva il calcio e suonava la chitarra. Poi però il 27 settembre è scoppiata la guerra e l’hanno mandato a combattere che non aveva nemmeno finito l’addestramento militare. Io non accetto la retorica dei politici che definiscono mio figlio un eroe. Non voglio che venga chiamato eroe, avrei preferito che non lo fosse ma che continuasse a vivere”. È con queste parole che Karen, il padre del ragazzo, nella casa di Yerevan in cui vive dopo aver abbandonato il Nagorno Karabakh, ricorda suo figlio e i giorni di ottobre. Sia il padre che la madre sono stravolti da un dolore difficile da raccontare, ma nelle parole dei genitori non c’è odio, neppure revanscismo o desiderio di vendetta. C’è invece un forte desiderio di pietà e di silenzio.

La sola certezza è che la guerra è una cosa terribile.

Karen, padre di Aren

Lo sanno anche Angela e Nikolay, che non hanno più notizie di loro figlio, Sasun, da ottobre, disperso sulla linea del fronte. Gli anziani genitori, ogni mattina, dopo essersi avvolti nei pesanti cappotti, lasciano l’albergo in cui vivono come sfollati e si recano al palazzo presidenziale di Stepanakert a chiedere notizie del loro ragazzo. Un rituale del dolore compunto e compiuto con la perseveranza di due genitori che non cedono alla rassegnazione.

Camminano a passo lento Angela e Nikolay, l’uomo si sorregge a una stampella, la moglie lo aiuta a camminare sui marciapiedi ghiacciati della capitale del Karabakh dopo essere stati ricevuti nella sede del governo: “Ogni giorno vado a chiedere al presidente se ci sono notizie di mio figlio ma nessuno sa dirmi nulla. L’ultima volta che abbiamo avuto sue notizie era ottobre. Noi sappiamo che probabilmente è morto, ma almeno vorremmo una tomba su cui poter portare un fiore”.

Ogni conflitto oltre ai morti comprende anche i feriti. All’ospedale militare di Yerevan sono ricoverati più di duecento ragazzi che per il resto dei loro giorni dovranno convivere con la drammatica eredità dei combattimenti cucita sulla loro pelle. Sono militari di leva che hanno subìto mutilazioni e danni permanenti. Alcuni non hanno più gli arti, altri, a causa delle schegge e delle lesioni riportate, non riescono più a camminare e neppure a svolgere i più elementari gesti come impugnare una posata o alzarsi da una sedia. Abbiamo incontrato la dottoressa Lucine Poghosyan, direttrice del centro, dopo aver visitato i pazienti e seduta nella biblioteca del nosocomio

Sono tutti ragazzi molto giovani che hanno da poco iniziato la loro vita adulta. Dobbiamo cercare di dare loro un ambiente familiare dove ritrovare un attaccamento alla vita

Lucine Poghosyan

La tragedia ha infettato tutti gli aspetti della vita in Armenia. Anche dal mondo della cultura si è levato un grido di dolore per quanto avvenuto nella regione caucasica. Hasmik Papian, una dei più importanti soprani a livello internazionale, che abbiamo incontrato all’interno del teatro dell’Opera di Yerevan, con la voce ancora roca e gli occhi gonfi per il pianto ci ha descritto i giorni della guerra. “Io sono rientrata in Armenia pochi giorni prima dell’inizio del conflitto. Ero qui quando tutto ha avuto inizio. Ciò che è accaduto in Nagorno Karabakh, in Artsakh, come noi armeni chiamiamo quella regione, è stato qualcosa che non si era mai visto prima”.

Abbiamo perso una terra, abbiamo perso una generazione, ma oltre ovviamente al dolore per le vite umane, ciò che c’è di più grave, è che abbiamo perso la speranza

Hasmik Papian, soprano

L’Armenia è una terra ferita

Il Nagorno Karabakh ora è una terra del disincanto, ferita e militarizzata. Le frontiere e le principali arterie di ingresso sono controllate dalle truppe di interposizione russe, le bandiere dell’Artsakh sono state ammainate, garriscono invece quella di Mosca e quella di Baku, con la mezzaluna che sventola imperiosa dai bastioni della città vecchia di Shushi. Imprigionata e malinconica appare invece Stepanakert, la capitale del Karabakh.

I mercati hanno riaperto, molti edifici sono già stati ricostruiti grazie agli investimenti russi, i bambini sono tornati a scuola, gli scontri sono ora un doloroso ricordo nell’Artsakh ma non la loro eredità: “La guerra, dopo che l’hai vissuta non ti abbandonerà mai più. La guerra è con te, quel dolore è in te e non andrà mai più via”. A parlare, mentre osserva oggi dall’alto la sua città, è Susanna Movsesyan, giovane donna di 29 anni.

Ci eravamo incontrati durante i giorni dei  bombardamenti sulla capitale del Nagorno Karabakh. Ad ottobre, mentre imperversava il conflitto, Susanna era tornata a vivere nel rifugio in cui sua madre la portò nel 1991, quando iniziò la guerra e lei aveva solo tre mesi. Un gelido scantinato dove solo una piccola stufa elettrica portava un po’ di calore e dove il tempo sembrava essersi cristallizzato in un eterno presente di paura e attesa.

Le sirene non smettevano di annunciare un imminente attacco dal cielo, il boato delle esplosioni faceva tremare gli infissi e i cardini delle porte del rifugio e Susanna, mentre leggeva una lettera che le aveva mandato la sua nipotina rifugiata in Armenia, ha raccontato: “La guerra ha distrutto tutti i miei sogni. Io credevo che dopo la guerra degli anni ’90 Stepanakert e il Karabakh sarebbero rifioriti e la violenza non sarebbe più tornata qua, invece, questa terra, la mia terra, è stata di nuovo travolta da un conflitto terribile”.

Ora, l’eco delle esplosioni e il suono delle sirene sono un doloroso ricordo in Artsakh, e Susanna che a soli trent’anni ha vissuto tre conflitti, guardando la sua città, aggiunge: “Io odio i discorsi di odio, io non ho nulla contro la gente dell’Azerbaigian e mia madre che ha studiato a Baku, mi ha sempre parlato molto bene degli azeri. L’odio non serve a nulla, anche durante il periodo di guerra, è solo veleno, per chiunque nel mondo. Io vorrei solo poter vivere in pace nella mia terra natale”.

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