Le storie di quattro donne designer che recuperano gli abiti grazie a ricamo e rammendo

Ago, filo e futuro è il titolo della nuova rubrica video di LifeGate sul design. Le prime quattro puntate sono dedicate ai progetti di quattro designer donne che fanno ricerca e lavorano prevalentemente in campo tessile.

La designer ecosociale Iryna Kucher sta cercando di preservare particolari tecniche di rammendo e gli strumenti necessari per applicarle con il progetto mend.itDenise Bonapace, affermata designer e artista, indaga il rapporto tra corpo e abito ed è la fondatrice di Abitario, un collettivo che progetta e realizza collezioni di maglieria fatte di pezzi unici partendo da capi di recupero.

Seçil Uğur Yavuz, designer e ricercatrice alla Libera università di Bolzano, sta conducendo una ricerca che parte dall’antica tradizione tessile del suo paese, la Turchia, di tramandare alle spose preziosi tessuti ricamati di famiglia, per indagarne nuove possibilità creative. Adele Buffa, designer torinese, dalla Libera università di Bolzano dove segue un master in Ethic textile, racconta il workshop Mnemosine sull’upcycling tessile, mirato a diffondere la consapevolezza per valorizzare ciò che abbiamo in un’ottica sostenibile di non spreco.

Ago, filo e futuro
Le protagoniste di Ago, filo e futuro sono quattro giovani designer © Alessia Rauseo/LifeGate

L’upcycling nella moda, un fenomeno sempre più diffuso

I lavori di tutte e quattro le designer si collocano nell’ambito dell’upcycling, il fenomeno sempre più diffuso per dare nuova vita a un manufatto collocandolo a un livello superiore, più alto, conferendo un valore aggiunto alla mera operazione di riciclo. E qui entra in gioco la creatività, la capacità di generare quel plusvalore all’azione virtuosa del riciclo, trasformando l’esistente in qualcosa d’altro, più bello e di maggior valore.

L’upcycling nel campo della moda, dalla stilista eco-sostenibile Stella McCartney che lo pratica da tempo, a John Galliano per il brand Martin Margiela o Dolce&Gabbana avvicinatisi a questa pratica più di recente, è esploso come fenomeno durante il lockdown globale dello scorso anno acquisendo un doppio valore, etico ed estetico.

E ha preso piede sempre più il riutilizzo e il riadattamento di tessuti o abiti di passate collezioni nelle nuove, convertendo in meglio prodotti già messi o dismessi e materie prime di scarto. Rappresenta, quindi, un’evoluzione del concetto del ‘vintage’ introducendo la trasformazione creativa che non solo prolunga la vita di un abito, ma lo trasforma completamente in qualcosa di nuovo e unico.

“Lavorare sull’upcycling, ha scritto il giornalista Gianluca Bauzano sul Corriere della Sera, significa spingere l’acceleratore su quell’economia circolare a cui tutti guardano. Produrre per durare, il nuovo mantra. I tempi folli della fast fashion, come la teoria di capsule collection luxury hanno visto il progressivo scalare di marce. Oltre il mero riciclo. Il riutilizzo creativo sta nel convertire in qualcosa di nuovo partendo da ciò che è dismesso o già messo”.

Andrea Rosso, per il suo progetto Diesel upcycling for 55dsl presentato a Milano nel febbraio 2020 nel corso della fashion week, ha parlato di “sostenibilità concreta” e racconta sulle etichette la storia dell’origine e della trasformazione a nuova vita di ogni capo.

In buona sostanza, l’insieme di tutte le iniziative messe in campo dal settore produttivo dell’abbigliamento, hanno l’obiettivo comune di mettere un freno alla distruzione in discarica di tonnellate di abiti avvenuta ogni anno, per anni, come si legge nel libro La rivoluzione comincia dall’armadio. Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile di Luisa Ciuni e Marina Spadafora. E di aumentare la consapevolezza individuale e collettiva per scelte di vita più etiche e sostenibili.

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Ha preso piede sempre più il riutilizzo e il riadattamento di tessuti o abiti di passate collezioni nelle nuove © Bbh Singapore/Unsplash

Iryna Kucher: il progetto di rammendo creativo mend.it

Designer ecosociale di orgine ucraina, Iryna Kucher è autrice del progetto mend.it, un sistema basato sui principi dell’economia circolare nell’ambito della moda e del tessile. Si materializza sotto forma di un kit comprendente gli strumenti di rammendo stampabili in 3D con la doppia estrusione e un set di parametri estetici del rammendo. Questo sistema permette la reintroduzione e apprendimento delle diverse tecniche.

“Perché – dice Iryna nel video – dobbiamo imparare a prenderci cura di ciò che abbiamo nell’armadio! Ci sono molte persone che stanno riscoprendo il gusto di riparare invece che buttare, e i nostri occhi si stanno abituando a vedere la bellezza nelle imperfezioni”.

Questo progetto di ricerca esplora come il design può intervenire nell’aggirare i principali ostacoli delle pratiche del rammendo: la mancanza di abilità, di tempo e di attrezzature. Inoltre, indaga come questi approcci progettuali possano guidare, sostenere e ispirare diverse scale di coinvolgimento con le pratiche del rammendo e simultaneamente accrescere le capacità individuali e collettive delle persone nel prendersi cura dei vestiti che hanno già. Qual è la differenza tra un comune set da cucito o da ricamo e mend.it?

Denise Bonapace: il progetto Abitario

Il progetto Abitario mette al centro il concetto di recupero attraverso un percorso di ricerca che applica le tecniche tradizionali in maniera sperimentale per trasformarli in capi unici poetici e personalizzati. Tutti i progetti hanno come punto di partenza la sostenibilità e l’etica, dal disegno alla produzione, come scrive Denise nel manifesto di Abitario.

Già dalla sua prima collezione di maglie usate, ognuno con il proprio passato e la propria personalità, i capi prodotti dal collettivo di Abitario propongono un nuovo rapporto tra corpo e abito, tra invenzione e realizzazione: attraverso un design inclusivo. I capi non hanno un’etichetta, ma un vero e proprio passaporto, che informano su provenienza, lavorazione, progetto, lasciando anche spazio per note future.

Blanca è il più recente progetto di Abitario, una collezione di guanti, prodotti come coppie di pezzi unici, che recupera una esigua quantità di guanti rimasta come rimanenza di produzione. Anche in questo progetto la sostenibilità è al centro e lavorando su una rimanenza di magazzino la trasforma, con il ricamo, in un intervento di vero e proprio upcycling, in una collezione di accessori unica e in edizione limitata.

“La parola ‘ricamo’, la cui radice deriva dal lemma arabo raqm – dice Denise Bonapace –, significa ‘segno’: i guanti sono infatti raccolte di segni che la vita, la casualità e la volontà lasciano sulla maglia, come una mappa pronta ad essere decifrata, letta e vissuta”.

Seçil Uğur Yavuz: il progetto Çeyizlab

Çeyizlab è un progetto di ricerca condotto da Seçil Uğur Yavuz e Hazal Gümüş Çiftçi che affronta una tradizione turca antica e ancora molto diffusa: l’eredità di tessuti fatti a mano che passa dalle donne di famiglia alla sposa. A causa dei cambiamenti sociali, economici e tecnologiche, questa tradizione antica sta subendo da tempo un processo di trasformazione.

Guardando al passato e pensando al futuro le designer si sono chieste come poter immaginare un futuro sostenibile che mantenga questa tradizione dandole una nuova identità più contemporanea. “Dopo aver condotto molte interviste online con donne turche – dice Seçil – è emersa l’idea di un manifesto che è stato ricamato su un tessuto e che riflette le storie, i ricordi e i desideri delle donne che abbiamo intervistato”.

Questo è il primo step del progetto in progress. Per diffondere il messaggio del manifesto, è stato realizzato un video per dar luogo a discussioni sulle tematiche legate alla tradizione della dote e arrivare a ipotizzare delle soluzioni progettuali che le diano una nuova identità creativa.

Adele Buffa: il workshop Mnemosine

Mnemosine è un workshop virtuale di co-design curato da Adele Buffa e Anikò Gàl e sviluppato nel 2020 in occasione della videoconferenza Care beyond crises a cura di ‘By design or by disaster’. Obiettivo, quello di individuare nuove opportunità per i vestiti dimenticati nel proprio armadio. Il tema generale della conferenza – ‘care’ ovvero ‘la cura’ – viene affrontato in relazione all’abbigliamento. Prendersi cura dei propri vestiti, così come di altri oggetti, significa consapevolezza nelle proprie scelte in ogni fase del ciclo vita del prodotto: dall’acquisto all’utilizzo, dal mantenimento alla dismissione.

Quali sono i possibili scenari futuri per quei vestiti che già abbiamo ma che non indossiamo più? Quali azioni possono evitare un precoce smaltimento di tali oggetti? L’utilizzo di una piattaforma interattiva ha reso possibile la co-creazione di un guardaroba virtuale in cui ogni capo è rappresentato dalla foto dell’abito in disuso di ogni partecipante. In seguito, i partecipanti sono invitati a riflettere sulle possibili azioni per trasformare, cedere o prendersi cura dei propri vestiti.

“Le attività del workshop – afferma Adele – miravano a diffondere consapevolezza sulle possibili azioni per valorizzare ciò che già abbiamo in un’ottica di sviluppo sostenibile e accrescimento dei valori individuali grazie al contributo dell’intelligenza collettiva”.

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